lunedì 3 maggio 2010

I 18 giorni della città di Arcevia




Prendo a prestito il titolo di uno dei libri di Beppe Fenoglio ("I 23 giorni della città di Alba") per ricordare quanto accadde 66 anni fa ad Arcevia, in provincia di Ancona.

Sul sito dell'Anpi di Arcevia sono riportate tutte le fasi e le date della lotta partigiana. Ma oggi, 3 maggio, e soprattutto domani, 4 maggio, sono giorni importanti per tutti noi: arceviesi, marchigiani e italiani. Per raccontare e capire cosa accadde, facciamo brevemente un passo indietro e torniamo all'8 settembre 1943.

Con la firma dell'armistizio e la fuga dei vertici politici dello stato italiano, salgono ad Arcevia antifascisti noti e meno noti, giovani e non, che vogliono combattere. Nascono le prime formazioni partigiane, nella maggior parte dei casi guidate da antifascisti e perseguitati politici dell'anconetano. A questi gruppi si uniscono anche degli slavi che, scappati dal campo di concetramento di Arezzo, stanno marciando verso Ancona per imbarcarsi e tornare a casa. Il loro percorso, però, si ferma sugli appennini dove viene detto loro che imbarcarsi ad Ancona è impossibile e pericoloso vista la forte presenza fascista. Così, restano sull'appennino marchigiano e combattono con i partigiani locali per la Liberazione di un paese non loro.

Il 20 gennaio 1944 il comando Monte Sant'Angelo fa il primo attacco ad una caserma fascista, vicina ad Arcevia, per recuperare armi. Da quel giorno le azioni si fanno più frequenti fino ad aprile. Con due azioni ravvicinate e di successo, il 17 e il 27 aprile 1944, il gruppo libera tutta l'area comunale di Arcevia. E, liberate, le persone possono tornare a festeggiare il 1 Maggio.

Il successo dei partigiani allarmò i repubblichini e i tedeschi che prepararono un rastrellamento dalle proporzioni spaventose. Il gruppo aveva previsto la reazione nazista e decise di dividersi in sotto-nuclei per mettersi al salvo in zone diverse e lontane da Arcevia. Solo un gruppo rimase sul Mnte Sant'Angelo, insieme ai prigionieri.
La notte tra il 3 e il 4 maggio, 2.000 soldati salirono ad Arcevia e arrivarono fino al Monte Sant’Angelo dove, nella casa della famiglia Mazzarini, stavano passando la notte i partigiani rimasti insieme ai prigionieri fascisti. La rappresaglia nazifascista non risparmiò nessuno, neanche la piccola Palmina che aveva 6 anni.
Poi, proseguirono alla ricerca degli altri partigiani, sparpagliati verso l’Appennino. Furono giustiziati, evirati, torturati.
Sono passati 66 anni, ma questo è un giorno triste per ognuno di noi. In queste stesse ore del 4 maggio 1944, i cittadini di Arcevia erano stati radunati tutti in piazza, senza possibilità di tornare a casa o andare via. Perché la punizione, la paura e la rappresaglia dovevano colpire tutti. Dalla piazza, le persone sentivano i colpi dei fucili, le esplosioni delle bombe a mano e vedevano le camionette salire verso le montagne alla ricerca di altra carne da macellare.

Chi nega il valore della Resistenza, nega tutto questo. Sputa sulle vittime. Io ricordo. Ho il privilegio e il dovere di ricordare. E l’obbligo di contrastare chiunque osi dire oggi che i partigiani siano da mettere sullo stesso piano dei repubblichini di Salò. Non fu così e non sarà mai così.
Goliarda Sapienza ha scritto che “I morti hanno torto se non c’è qualcuno che li difenda”. Abbiamo tutti il dovere, in questo momento storico, di difendere senza reticenze coloro che morirono nel giusto, coloro che combatterono nel giusto, coloro che innocenti furono ammazzati dalla parte sbagliata.

Ecco una canzone dei Gang dedicata al 4 maggio 1944


sabato 24 aprile 2010

Ora e sempre Resistenza


Siamo alla vigilia del 25 Aprile, una delle date che questo blog vuole ricordare anche con il suo nome.
Le commemorazioni sono spesso solo retorica. Si celebra il sacrificio di tanti giovani che hanno combattuto e poi, nella realtà politica di tutti i giorni, ci si dimentica di quel sangue e di quello che ha prodotto.

Il caso di Senigallia è esemplare. Bandiere italiane, parole tronfie e dolore per le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Onore ai partigiani e agli Alleati che hanno combattuto per la libertà di una terra che non era la loro.
Poi, passeggi sul lungomare, e vedi che dove fino a un anno fa c'era un campo di concentramento provinciale, usato sotto la Rsi per radunare anche gli ultimi ebrei rimasti, ora c'è una spianata. L'amminsitrazione della città, quella stessa amministrazione del Pd che si dice antifascista, antirazzista, per la Costituzione....e chi più ne ha più ne metta, ha demolito quella struttura per farci realizzare alberghi, residence, bar. Per ricordare quel posto ci sarà una bella targa!

Questo non è solo revisionismo. Questo è cancellazione, demolizione. E non solo della storia che è arrivata anche dentro questa città. Ma delle vittime che, ora, muoiono una seconda e terza volta. La seconda morte è appunto la distruzione del luogo in cui sono state detenute per fare spazio a chi andrà a farsi le vacanze, dedicando loro un pensiero, al massimo di cinque secondi, quanto basterà per la lettura della targa. La terza morte è il punto d'origine di tutto questo. Il fatto che sia il centro-sinistra della città a operare in modo simile, i figli di quelli che quella storia l'hanno subita, vissuta e combattuta in un certo modo, da una certa parte, ci fa ben capire quanto quel dolore e quella lotta non gli appartengano più.

Ora c'è il caso di Salerno. Dove il presidente della provincia getta fango sulla Resistenza. E pensare che Napoli si liberò da sola, grazie ai partigiani, prima dell'arrivo degli alleati. Come fecero tante altre città italiane.
Insomma, questo 25 aprile dobbiamo tenercelo stretto. E' la celebrazione della Liberazione (e non della Libertà come disse Berlusconi l'anno scorso a Onna). E la Liberazione è avvenuta su più piani. Ce ne fu uno fatto di fucili e morti. Ma ce ne fu anche un altro. Fatto di discussioni, strategie di lotta condivise, di condivisione con le persone anti-fasciste da sempre che non potevano prendere la via dei monti, ma volevano dare un contributo. Una lotta dove anche le donne hanno trovato spazio e dato un contributo fondamentale. Spesso caricandosi di rischi maggiori rispetto agli uomini, perché erano più esposte con la loro opera di "staffette".

Dalla Resistenza è nata la nostra Repubblica. E la tutela di questo principio, e della Costituzione che da questo valore discende, è la Resistenza cui oggi siamo chiamati. La Resistenza intesa non solo come atto di lotta e liberazione, ma come momento democratico in cui il popolo non attende "i liberatori" ma prende parte, si autodetermina e combatte. Alleati o no, Americani (o meglio, statunitensi) o no.

venerdì 9 aprile 2010

Io sto con Emergency


Firmiamo l'appello di Emergency (cliccate sul logo qui a fianco per farlo).

L'invasione delle corsie di un ospedale è una dimostrazione di forza bruta e barbarie. Dimostra sia quanto l'Afghanistan oggi sia distante da un progetto democratico e pacifico, sia il fallimento dell'operazione militare degli Usa e dei loro alleati (se mai avessimo bisogno di prove per capire che le guerre falliscono sempre).

In questo contesto, il lavoro dei medici dell'organizzazione di Gino Strada è fondamentale non solo per salvare le vittime della guerra, ma anche per lanciare un messaggio diverso alle persone: quello dell'inviolabilità dei diritti di tutti e del valore della vita umana.

Quello che è successo alla struttura di Emergency, mi ricorda quanto accadde alla scuola Diaz nei giorni di Genova. Si fabbricarono prove false e si annientarono quelle vere (computer, macchine fotografiche e telecamere vennero sequestrate o distrutte). Si massacrarono le persone.
Perché il sistema ha bisogno di radere al suolo chiunque sia diverso e chiunque sia testimone della verità. Per questo, stiamo con Emergency e con tutti quelli che subiscono le "notti cilene".



giovedì 25 marzo 2010

...e mi candido anche io






Riporto alcuni stralci del confronto che si è tenuto martedì sera al Teatro del Portone tra i 5 candidati under 30 delle 5 coalizioni che si presentano alle comunali di Senigallia.
Come vedrete ci sono anche io, a dare il mio piccolo contributo alla discussione.
Mi presento alle elezioni amministrative senigalliesi a sostegno di Roberto Mancini.
Lo faccio perché credo nell'intelligenza politica e nel desiderio di cambiamento che Roberto e gli altri candidati delle liste che lo appoggiano rappresentano.

La parola d'ordine che abbiamo scelto per definirci è PARTECIPAZIONE, di gaberiana memoria. Una parola che per noi è un concetto e un paradigma da seguire. Senza se e senza ma. Solo tornando a parlare, discutere e anche litigare, con i cittadini potremo dire davvero di conoscerli e rappresentarli. Soprattutto in un momento come questo, dove i partiti sembrano sempre più distanti dalla popolazione e i suoi problemi, tornare a loro significa affrontare la realtà e dare nuova linfa a una politica istituzionale sempre più assonnata e stantia.

Molti sono i problemi: dall'edilizia e le case per chi non ha possibilità di accedervi a causa dei prezzi proibitivi del mercato immobiliare, al lavoro; dalle politiche di assistenza e servizio sociale all'ambiente e i sistemi di trasporto. Questi sono solo alcuni.
Noi non promettiamo di avere la bacchetta magica. Solo una cosa possiamo garantirla: una democrazia partecipata. Grazie alla quale saremo vicini a tutte le persone della città, chi ci voterà e chi non lo farà, chi ha i documenti e chi non li ha, chi ha conti in banca e chi dalle banche è strozzato. Tutti verranno ascoltati e presi in considerazione, perché ragioniamo in termini di collettività e comunità. E non in termini di potere. E questo significa rivoluzionare l'esistente. Noi ci crediamo davvero!

BUON VOTO A TUTTI!!!
Giulia







lunedì 22 marzo 2010

Zanza per Roberto




PARTECIPAZIONE E TRASPARENZA, REGOLE FONDAMENTALI


La Senigallia del futuro ha bisogno di regole e percorsi che favoriscano effettive e trasparenti pratiche di democrazia partecipata, per individuare i problemi e trovare le soluzioni condivise. Trasparenza e partecipazione sono i principi guida su cui, secondo noi, un'amministrazione deve fondare il governo della città.

Per questo, attueremo percorsi partecipativi basati su una corretta e piena informazione in merito alle scelte da adottare, in modo tale che, dopo essere state giustamente vagliate dai cittadini, vengano concretizzate dall’Amministrazione.

Il principio ispiratore di una buona amministrazione consiste nel privilegiare l'interesse pubblico e non quello privato: la città non è di proprietà di chi la governa, quindi deve essere amministrata attraverso una gestione trasparente e democratica.

E non ci stiamo inventando nulla. Un esempio pratico è la legge regionale toscana, che prevede che, quando un ente o un soggetto privato vogliano realizzare un’opera, si apra un confronto con i cittadini (con un dibattito pubblico) per mettere in discussione la stessa possibilità di realizzarla oppure che sia possibile cambiarla e farla così scorrere più tranquillamente, perché conosciuta e condivisa, nelle varie tappe dell’iter che dovrà seguire. E non è certo questa pratica ad allungare i tempi, non sono certo sei mesi di discussione (tanti ne prevede al massimo la legge toscana) a provocare un dannoso rallentamento. Si potrebbe tranquillamente fare anche qui da noi (immaginiamo se l’Amministrazione avesse coinvolto la cittadinanza nella gestione dell’affair Complanare…ci saremmo risparmiati lacerazioni che stanno diventando devastanti).

Per quanto riguarda le decisioni da prendere, le Pubbliche amministrazioni locali e regionali impiegano anni per deliberare su alcune opere complesse e quando si arriva alla fase finale si pretende che i cittadini (fino a quel momento quasi all’oscuro o sommariamente informati dei fatti) accettino le decisioni senza colpo ferire. E’ proprio in quel momento invece che si crea il cosiddetto “fronte del no”, con le sue motivazioni, rispettabili come quelle dell’Amministrazione e a volte anche più giuste e sensate.

La partecipazione è anche uno strumento di controllo sociale sull’operato della Pubblica Amministrazione. Se un progetto viene messo sotto osservazione da parte di qualche centinaia o migliaia di cittadini, sarà difficile che prenda strade diverse. Noi ci impegniamo, quando governeremo, a spiegare in maniera dettagliata il perché di certe scelte, garantendo gli strumenti affinché tale partecipazione non si risolva solo nel diritto/dovere civico di eleggere i propri rappresentanti in Consiglio, ma continui anche dopo.


Per fare ciò possono essere usati vari strumenti:

1) la pubblicazione degli atti amministrativi attraverso tutte le forme possibili (sito internet costantemente aggiornato) che permetta una costante comunicazione
tra il “palazzo” ed i cittadini;
2) la promozione di gruppi di lavoro, consulte, comitati, intesi come momento di rappresentanza sociale e di rapporto con le varie realtà locali;
3) la programmazione di incontri con la popolazione e di assemblee pubbliche (almeno due all’anno) su argomenti di particolare importanza nei quartieri e nelle frazioni. Un giro di incontri verrà svolto preliminarmente alla stesura del Bilancio Preventivo del Comune (Bilancio partecipato);
4) la riorganizzazione dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico che sarà un vero e proprio front office a disposizione dei cittadini per fornire informazioni sui servizi comunali, consulenza sulle pratiche amministrative in modo da orientare con efficienza gli utenti senza inutili odissee tra gli uffici, informazioni turistiche;
5) l’istallazione su tutto il territorio comunale di bacheche informative dignitose, curando il loro aggiornamento;
6) la semplificazione di tutte le pratiche amministrative e la piena valorizzazione e riqualificazione delle professionalità e potenzialità esistenti all’interno dell’organizzazione amministrativa, perché siano messe nella condizione di rapportarsi al meglio con le esigenze della cittadinanza.

Votate Roberto Mancini: un Sindaco per Senigallia

lunedì 8 marzo 2010

Intervista a Massimo Rossi


Riporto l'intera intervista che ho fatto, giovedì 4 marzo, a Massimo Rossi, candidato alla presidenza della regione Marche e sostenuto da Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Sinistra ecologia e libertà. Unico caso, nel panorama di queste elezioni regionali, in cui le sinistre sono unite.

Rossi incarna un'idea precisa di politica: quella della pratica democratica, dove la partecipazione e li rispetto dei diritti di tutte le persone sono fondamento e fine del ruolo di governo. Questa pratica politica, ancorata a valori democratici come il dialogo e l'ascolto, poco ha a che fare con le logiche di potere a cui governi, di vario tipo e di vari gradi, ci hanno abituati. Rossi ci dà una speranza che dobbiamo cogliere. Dobbiamo tutti tornare a capire che cosa è la democrazia; disabituarci a ritenere che contribuire alla lotta di pochi per il potere sia il male minore e pensare che è possibile attuare un'altra politica.


Le Marche sono l’unico caso in Italia in cui Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Sinistra Ecologia e Libertà sono uniti e insieme sostengono lo stesso candidato: lei. Come la sta vivendo?


La vivo molto bene perché fa parte della mia idea di politica. Quella, cioè, di trovare delle convergenze ampie sui progetti da realizzare, sulle modalità della politica e di governo. Quindi l’idea di una politica partecipata, di una visione del futuro che pone al centro i diritti e il concetto del limite. Perciò, un’idea di futuro che sia rispettoso di tutti, della giustizia e della solidarietà. Ecco su questi concetti si possono costruire delle grandi convergenze che, dico di più, vanno molto aldilà delle forze politiche che ora mi sostengono.

La mia storia personale è proprio caratterizzata da una convergenza forte tra tanti soggetti che, spesso, non avevano mai militato nei partiti e non si consideravano neanche di sinistra. Questo perché nella loro visione sinistra e destra erano riconducibili a determinati leader che non sempre danno la migliore prova di sé e né danno un’idea di coerenza. Questi soggetti magari non si dichiarano di sinistra, ma poi aderiscono alle nostre proposte. Quindi, questa unità la vivo bene e penso che sia una grande opportunità per sperimentare un pratica diversa del fare politica.


Spacca ha detto che dopo le elezioni vorrà tenere aperto un dialogo con Sel.


È sgradevole tutto questo perché dimostra un approccio. Cioè la politica viene vista come un contenitore di simboli, di sigle che poi devono attrarre il consenso dei cittadini sulla base di immagini, slogan, posizionamenti di carattere rappresentativo. E non si vede, invece, la politica come confronto e sintesi progettuale sulla base di quelle che sono le visioni del mondo. Quindi che dire? “Noi vogliamo confrontarci con questo o quell’altro, magari offrendo a questo o quest’altro posizioni, ruoli, incarichi….” È davvero spregevole.

Sicuramente, se sarò eletto, io cercherò tutte le convergenze possibili per raggiungere gli scopi e gli obiettivi di cui mi faccio portatore. Per esempio per far sì che la gestione dell’acqua non sia privatizzata. Per far sì venga approvata una legge che blocchi il consumo di territorio. Affinché venga valorizzato il piano energetico nazionale e non venga snaturalizzato dalla realizzazione di grandi impianti. Perché si vada a verso l’introduzione del reddito sociale. Su questo Spacca avrà quante convergenze vuole. Ma per quanto mi riguarda non sono interessato a un ruolo di governo. Io sono interessato a che le mie proposte da amministratore eletto siano tenute in considerazione e rispettate, e a che sia dato spazio a chi mi ha eletto. Così che le persone possano partecipare in maniera strutturata alle decisioni da prendere.

Io prefiguro invece, a differenza di Spacca, una modalità di rapportarmi a coloro che mi eleggeranno, e non solo, che veda un coordinamento permanente delle associazioni e dei movimenti e un confronto costante. Così da arrivare al punto di cedere sovranità a queste realtà, proprio per consentire alla politica di ripensarsi e ai partiti, che non godono di grande considerazione, di rinnovarsi, ripensarsi e aprirsi. In modo da avere un rapporto fecondo con la società e tornare a crescere, sia nel loro ruolo sia nelle dimensioni. Tornare a essere il luogo della democrazia.


Qual è la più grande differenza di programma tra lei e Spacca?


Molte cose ci differenziano. Potrei parlare, per esempio, della gestione dell’acqua, del consumo di territorio, della giustizia sociale e quindi del reddito sociale, e di molte altre cose. Ma quello che più di ogni altra cosa ci caratterizza è l’idea della politica e di democrazia.

Non è possibile fare piovere dall’alto delle decisioni anche le più giuste. Perché se i cittadini subiscono una legge, non la capiscono. Non si predispongono a rispettarla e attuarla, perché non ne capiscono le ragioni.

La democrazia invece è un momento di crescita per tutti. Tanto più in un momento in cui dobbiamo cambiare i nostri stili di vita e la nostra economia, che solo chi è ignorante non capisce. Basta leggere i dati che la comunità scientifica ci dà ogni giorno. E allora, se c’è bisogno di un cambiamento vero, e non di un compromesso costante tra i poteri forti (come Spacca e Marinelli sono abituati a fare), un cambiamento che consenta alle imprese di avere un loro spazio, ma dentro un quadro che vede come prioritario l’interesse pubblico, questo cambiamento può essere attuato non solo con abili e bravi amministratori, ma con i cittadini. Perché i cittadini dovranno avere la possibilità di decidere determinati no (la gran parte dei quali sono più che giusti: no a centrali che non hanno senso perché fanno arricchire chi le costruisce, ma non si cambia il prezzo dell’energia; no a strutture che uccidono la bellezza del territorio e tutto il resto) e assumersi la responsabilità e la bellezza di questo impegno a cambiare le loro abitudini e l’economia. E questo è possibile solo con la partecipazione delle imprese, dei cittadini che decidono i riutilizzare i rifiuti e di non produrne, che decidono di andare con i mezzi pubblici piuttosto che con l’auto privata. Insomma, c’è bisogno di scelte da fare a livello di governo e scelte che devono fare tutti. Cioè, scelte condivise e praticate da tutti. Ecco, quello che più ci caratterizza è la volontà di consentire ai cittadini di partecipare alle decisioni che li riguardano e di responsabilizzarsi per attuare quei cambiamenti dei loro stili di vita e l’economia.

Dico questo senza paura di sembrare teorico. Nella mia storia personale, infatti, ho avuto la possibilità di applicare questi modelli di condivisione e di democrazia partecipata. E devo dire che hanno dato grandi risultati in termini di sviluppo, di qualità, di prosperità dell’economia e di efficienza nei progetti decisionali. Un piano regolatore fatto con i cittadini, come nel mio caso, si realizza in 2 anni, perché nei comitati di quartiere non si tira la giacca al sindaco, ma si espongono i problemi reali di viabilità.


E su scala regionale è applicabile?


Questa pratica politica si può praticare anche sul piano regionale. Una legge sulla gestione della costa o sulle attività sportive, per esempio, è una palestra di democrazia. Perché si mettono insieme tutti i soggetti, si raccolgono le esigenze con modalità che vedono coinvolti i Comuni e le Province, con processi di condivisione con tempi definiti. Poi si fa la sintesi e si arriva a una pianificazione o a una programmazione normativa che è quella che concilia gli interessi del territorio e della comunità e vede tutti impegnati a attuare quelle scelte. Ci sono sperimentazioni interessanti in Puglia ed è dimostrato che si raggiungono più velocemente anche i risultati.

Su scala regionale questa pratica si può seguire e questo è uno dei punti deboli dell’amministrazione precedente: non ha ascoltato i territori, ha agito dall’alto e non sempre in modo trasparente. Non faccio questa critica ora, perché siamo in campagna elettorale. L’ho sempre rappresentata anche quando ero Presidente della provincia. Allora, ascoltavo gli attori del territorio e cercavo uno sbocco per quelle istanze a livello regionale: uno sbocco che non ho mai avuto perché si è preferito ascoltare i poteri forti.


Secondo Spacca, la regione Marche soffre di una carenza infrastrutturale che il progetto Quadrilatero tenderebbe a colmare. Contro quel progetto e quella società, così come in molti altri casi, sono nate le proteste di cittadini che denunciano il consumo di suolo e l'inutilità di queste grandi opere. Come conciliare, però, lo sviluppo di infrastrutture con la tutela dell’ambiente?


Innanzitutto bisogna sfatare il fatto che le Marche hanno carenza infrastrutturale in termini generici. Il reticolo viario delle Marche è uno dei più fitti a livello nazionale, se mettiamo insieme autostrada, rete regionale, provinciale, statale e comunale. Bisogna migliorare questa viabilità. A volte le infrastrutture che si realizzano sono di beneficio, ma, se le mettiamo in relazione al loro costo, ci fanno pensare che era meglio orientarsi in altro modo.

Quello che è carente è il trasporto ferroviario. L’ultimo scalo merci, nella nostra regione, verrà chiuso nel mese di marzo. Da quel momento non ci saranno scali merci che consentano al nostro sistema produttivo di trasportare le merci attraverso la ferrovia. Uno scalo merci permette di immettere più vagoni in un convoglio. Se non c’è uno scalo merci o tu azienda riesci a mettere su un treno o non puoi avvalerti di questo sistema. E quindi c’è un deterioramento di quello che è il sistema di trasporto delle merci. Non sono stati attuati gli interventi di miglioramento e, quindi, c’è una carenza delle infrastrutture, ma soprattutto dei servizi ferroviari.

Io penso che in tempo di crisi, in cui, piaccia o no, l’economia si va smaterializzando, in cui quindi i nostri prodotti dovranno essere sempre di più qualità e meno quantità, a maggior ragione le risorse, che spesso vengono sprecate in infrastrutture costosissime, devono essere incanalate nei saperi, nella ricerca e nelle infrastrutture immateriali come la rete informatica. E, per quanto riguarda quelle materiali, nel trasporto su rotaia. È un problema di risorse, ma anche di potere contrattuale. In Abruzzo, per esempio, la regione ha messo in campo delle risorse integrative per fare rimanere gli scali merci di cui parlavo prima.

Spesso si fanno esibizioni di forza per realizzare grandi infrastrutture, ma non per altri versanti, come quello ferroviario. Anche perché per il trasporto viario ci sono spesso spinte da settori privati che hanno interesse a assumere appalti per poi magari sub-appaltarli.


Dopo la legge regionale dell’anno scorso contro la delocalizzazione, proposta da Rifondazione comunista, cos’altro si può fare per garantire il lavoro nella nostra regione?


Ho presentato una proposta che va sviluppata. È quella di far sì che la regione Marche, attraverso una sua agenzia, magari riconvertendo società già esistenti come la Svim (Sviluppo Marche) che oggi ha un ruolo poco definito ed efficace sui problemi di crisi, intervenga nelle specifiche crisi, analizzandone i fattori interni e oggettivi. Deve valutare, cioè, se ci sono ragioni speculative alla base di quelle crisi, o se invece ci sono fattori oggettivi. Nel caso, e spesso oggi avviene, queste aziende possano essere salvate, perché sono in grado di produrre ricchezza e occupazione, il pubblico deve entrare con proprie risorse e competenze manageriali. Quindi assumendo un ruolo di partecipazione. Non è una parola eretica o scandalosa. Qualche mese fa poteva apparire così, ma di fronte al fatto che lo Stato è entrato per salvare le banche non vedo perché non debba intervenire per salvare delle imprese.

Ma non salvarle come è stato fatto in questi anni passati, con risorse a fondo perduto o ecoincentivi per poi lasciarle operare, magari delocalizzando, ma intervenendo sui precisi piani industriali con risorse, partecipazione azionaria e poi, dopo qualche anno, cessione di queste quote ai privati stessi, soci con diritto di prelazione o altri soggetti in grado di prelevare quelle quote. Quindi un cessione che avvenga una volta che questo processo di rilancio e di rafforzamento si sia avviato.

Questa azione è importante, altrimenti ci si limita a guardare questa tenzone tra le forze economiche prevalenti e, in una sproporzione abissale, i lavoratori. Certo, i soggetti che il pubblico deve mettere in campo in queste società devono avere grandi competenze manageriali e scientifiche. Devono essere in grado di esaminare i fattori industriali e formulare piani industriali. Non devono certo rispondere a logiche di appartenenza partitica.

Quanto si può dire che questa crisi non sia determinata, in parte minore o maggiore, da inadeguatezza della direzione delle stesse imprese? Quindi, immettere nuove competenze manageriali, svincolate da fattori di carattere speculativo, secondo me può essere l’immissione di qualità e di etica nel sistema industriale. In Friuli si è fatto. Una società pubblica, la Friulia, è entrata nel salvataggio e nel potenziamento di alcune aziende. Il Piemonte, con la sua finanziaria, è entrato nella crisi della Pininfarina. Facendo un accordo con il gruppo Bertone, la Regione ha acquistato lo stabilimento. Mentre il gruppo Bertone ha acquistato le attrezzature e ha preso in affitto lo stabilimento. Quindi la Regione recupera attraverso la locazione e si assume una quota di rischio nel piano industriale esaminato nella sua stessa finanziaria che prevede il rilancio di questo sistema dell’impresa in questione.


Scuola. Sanità e Risorse pubbliche. Tutti campi in cui sta entrando il privato…


Restiamo sul generale. Il sistema pubblico deve assicurare i servizi fondamentali per le persone. Parlo dei servizi che riguardano i diritti: quindi il servizio idrico, dei rifiuti, della fornitura energetica, dei trasporti. Noi siamo profondamente contrari a una gestione di questi servizi in un’ottica di mercato e di profitto. Non ci sono benefici laddove sono state fatte queste esperienze, perché molto spesso parliamo di monopoli naturali che non possono vedere la concorrenza per mercato, pensiamo al servizio idrico. Quindi, pensiamo che questo sia fondamentale perché la coesione è garantita da un sistema che offre a tutti queste opportunità. Le risorse pubbliche, perciò, devono essere orientate per questi servizi.

Il privato può operare, ma nel quadro di una limitazione e di un forte controllo della qualità degli standard. A maggior ragione in un momento di difficoltà di risorse, dobbiamo essere concentrati ad assicurare un sistema di servizi per tutti i cittadini. Non ci sono spazi per offrire opportunità di altra natura a soggetti che vogliono spostare il loro business, perché poi di questo si tratta.


Come commenta il no ai rigassificatori di Spacca?


Tardivo. Io ho letto il libro che Spacca ha scritto e dato ai dipendenti della regione. In questo libro, Spacca vanta di avere istruito due rigassificatori. Quindi, il suo No è tardivo e legato alla congiuntura elettorale. Ne prendo atto. Ma ritengo che la coalizione che ha messo in piedi e le forze economiche che gli sono vicine, è noto che Spacca sia vicino alla famiglia Merloni, possono indurre poi il governatore e la sua coalizione a mediare su questo terreno.

Secondo me ci sono terreni su cui si può mediare. Altri, come quelli che implicano l’uso di territorio o le trasformazioni impattanti per la vita dei cittadini, su cui non può esserci mediazione.

Noi abbiamo non solo la necessità, ma l’urgenza di cambiare. Prendo atto degli impegni di Spacca, ma credo che i cittadini dovranno continuare a tenere in piedi i loro comitati per vigilare molto molto attentamente. Questo in ogni caso: anche se fossi io il governatore.

lunedì 1 marzo 2010

Roberto Mancini, la differenza


Con l'arrivo del mese di marzo, è iniziato il conto alla rovescia alle competizioni elettorali.

Per prepararsi al meglio, il Pd ha fatto di tutto per dimostrare la sua allergia a chi si dichiari di sinistra. Inoltre, è riuscito abbastanza bene a farci capire che non solo non ha un'idea di sinistra, ma che non ha più neanche un'idea sua. E dove ha potuto, si è svenduto senza rimorsi a un partito come l'Udc. Basti pensare al suo comportamento in Puglia dove, per accontentare il partito di Casini, sembrava considerare l'appoggio a Nichi Vendola pari alla firma di un piano quinquennale sovietico.

I partiti di sinistra, invece, hanno comportamenti altalentanti.
Da un lato c'è il progetto di unirsi per continuare a dare un contributo alla democrazia e offrire una politica diversa, appunto di sinistra. E' il caso delle Marche, dove la Federazione della sinistra, insieme a Sinistra ecologia e libertà (unico caso in Italia), propone Massimo Rossi, in contrapposizione a Spacca.
Dall'altro, si è pronti a cedere a un'unione con le forze centriste. Basti pensare al fatto che Sel si è alleata al Pd in tutta Italia. In alcune di queste regioni significa stare anche con l'Udc. Eccetto che nelle Marche e in Puglia. In molti casi, anche la Federazione della Sinistra appoggia il Pd ed entra nell'alleanza con l'Udc (come in Piemonte, con un accordo tecnico, e in Basilicata).

Mi interessa cosa succede a sinistra e vorrei parlarne partendo dalla mia città, Senigallia.
Ieri è stata presentata la coalizione che appoggia Roberto Mancini. Le liste sono tre: Rifondazione Comunista, il Comitato promotore e la lista che raccoglie Alleanza per l'Italia e il Partito Socialista.
Il Pd ha un suo candidato: Maurizio Mangialardi, delfino del sindaco uscente, Luana Angeloni, che ha governato la città per 10 anni. E' sostenuto dall'Italia dei valori, dai Repubblicani, da una lista civica (Vivi Senigallia) e da La città futura, una lista che raccoglie Comunisti Italiani, Verdi e Sel.

A Senigallia, dunque, c'è una sinistra spaccata. Forse perché non è stata condivisa la voglia di fare una politica diversa, slegata dal Pd. Perché Pdci e Sel non hanno seguito la strada che hanno preso per le regionali: quella di uscire dalla coalizione con il partito di Bersani e appoggiare un candidato diverso. Perché, forse, qualcuno pensa ancora che si possa influenzare il Pd standoci insieme. E declina la responsabilità di opporgli una politica diversa, altra.

Al di là di questo, bisogna prendere atto del fatto che una parte della sinistra senigalliese ha scelto quella politica. Tra le cui ultime perle si può ricordare:
  • la distruzione di un ex campo di concentramento (le ex colonie Enel) e della fabbrica Sacelit-Italcementi per fare costruire albreghi, residence e appartamenti il cui prezzo al metro quadro sarà di qualche migliaio di euro, di contro all'abbandono dell'edilizia pubblica;
  • la realizzazione di una strada (la complanare) a spese dei cittadini che si stanno vedendo espropriare case e terreni, dell'ambiente e della qualità dell'aria che si respirerà.
Le persone e i cittadini che sostengono Roberto Mancini hanno capito che questa politica non può portare a niente di positivo e credono ancora che le parole abbiano un significato che non può essere travisato o raggirato. Per esempio, pensano che la tutela del territorio non possa essere svenduta alle grandi opere di stile berlusconiano; che l'edilizia da realizzare sia quella pubblica; che Politica significhi partecipazione degli abitanti e non potere di pochi.